CARLO FRANCIO' Sito personale e comunitario – associazioni e realtà sociali -"Il Leone e il Gallo" – "Amico di Lampedusa"

17Ago/180

Palermo- «Il bisogno di raccontarci una “storia aperta” in cui sono protagonisti … sia coloro che raccontano sia coloro che ascoltano.»

Condividiamo, con gratitudine, il magistrale contributo del prof.re don Pino Alcamo che mediante una innovativa Catechesi narrativa rilancia e mette in circolo quanto Giovanni Paolo II ha detto nella visita apostolica fatta nel 1993, nella diocesi di Mazara del Vallo, in occasione del nono centenario della sua costituzione..

Una Chiesa di frontiera
Catechesi narrativa

Don Pino Alcamo

«Questo contributo nasce dal desiderio di mettere in circolo e rilanciare quanto Giovanni Paolo II ha detto nella visita apostolica fatta nel 1993, nella diocesi di Mazara del Vallo, in occasione del nono centenario della sua costituzione.
Ho scelto di mettere in atto una vera catechesi narrativa, che potrebbe essere esemplificativa per ogni forma di catechesi; narrare la propria fede a partire da un evento storico vissuto, collegando passato, presente e futuro.
I discorsi di Giovanni Paolo II sono considerati come la trama su cui costruire l’itinerario pastorale/catechetico.» Giuseppe Alcamo

La narrazione nella vita pastorale e nella catechesi  - Entriamo nella storia - Una Chiesa che contagia con la sua gioia - La Chiesa come  frontiera della nuova umanità - Una Chiesa che accoglie e dialoga - Una nuova azione pastorale e catechetica - Per concludere 

  • Nella narrazione si vengono ad incontrare il passato, il presente e il futuro, l’uomo nella sua realtà storica, con la sua fragilità, grandezza e miseria e l’uomo nel suo desiderio di diventare migliore di quello che è, l’uomo fragile ma sognatore di un avvenire migliore. Il presente diventa un «presente», nel senso di dono da accogliere, regalo gratuito che ti viene offerto per un futuro migliore. Punto di riferimento è  l'apostolo Giovanni In pochi versetti, Giovanni insieme al «che cosa» raccontare, e al «come» raccontare, motiva il «perché» raccontare. Il «perché», nonostante sia posto a conclusione di questo breve prologo, precede e fonda il «che cosa» e il «come»; la risposta data al «perché» è determinante per trovare la forza di andare oltre tutte le difficoltà che possono sorgere a partire dal racconto che viene fatto. Il «perché» esprime, prima ancora del «che cosa» e del «come», la natura e l’obiettivo dell’evangelizzazione e della catechesi; la risposta a questo «perché» la troviamo al versetto 4: «Perché la nostra gioia sia piena». 
  • Questo racconto della Prima Lettera di Giovanni mira soltanto a riempire di gioia la vita dell’uomo, a far prendere consapevolezza che vale sempre la pena vivere questa vita, che la morte e il dolore non sono l’ultima parola e il destino dell’uomo. Attraverso il racconto viene messa in atto una forma di diaconia alla vita in sé.
  • Giovanni Paolo II - «La vostra è una Chiesa di frontiera». Così ci ha detto, per ben due volte!  L’immagine della «frontiera» è ambivalente, bisogna interpretarla e comprenderla bene, perché può essere intesa come baluardo contro qualcuno che viene considerato nemico che invade, come dogana che rende difficoltosa l’entrata o come posto di blocco che impedisce l’accesso. La frontiera come «baluardo», «dogana», «posto di blocco» oggi più di ieri è una tentazione sempre in agguato, su cui vigilare attentamente.
  • Papa Francesco non si stanca di ricordarcelo: la Chiesa non può essere una «fortezza» inaccessibile, né una «dogana» che ispeziona, né un «tribunale» che giudica e condanna.  È come se avesse preso il «testimone» da san Giovanni Paolo II in questa corsa del vangelo che deve caratterizzare tutte le chiese del mondo e in particolare quelle che sono in Italia. Siamo tutte chiese di frontiera per tante persone che hanno bisogno di pace, di serenità, di vita, anche solo di poter esistere; e invece siamo tentate di fare baluardo o dogana o posto di blocco. Questa per lo meno è l’aria che si respira in molta parte della nostra società, nelle tensioni politiche, nella mentalità di tanta gente, negli interessi di parte. Invece è una nuova umanità che bussa alle nostre porte e vuol nascere, costruirsi e mettere a disposizione i doni che Dio le ha fatto
  • La Chiesa, nelle intenzioni di Colui che l’ha fondata e che la tiene in vita, è sì una frontiera, ma dalle porte spalancate, di umanità affratellata; attraverso la Chiesa si entra nello spazio umano/divino dove le divisioni e le separazioni devono essere del tutto eliminate, dove l’amore deve essere l’unica legge, dove il primo e l’ultimo possono sedere insieme alla stessa mensa. Se questo non avviene il volto della stessa Chiesa è sfigurato
  • Nelle parole di Giovanni Paolo II non vi sono equivoci, la frontiera è una porta aperta all'accoglienza, alla condivisione, al dialogo con gli uomini e le culture. Il santo papa ci riconosce dentro la Chiesa italiana come «frontiera naturale» e ci invia come missionari per il dialogo tra le culture e per l’accoglienza fra i popoli: «Vero crocevia della storia fra due civiltà, la vostra Chiesa di frontiera ha rappresentato e continua a rappresentare il naturale punto di contatto e di dialogo fra mondo cristiano e mondo musulmano, fornendo notevole contributo ad una cultura di tolleranza e di pace».

Una nuova azione pastorale e catechetica
 In riferimento al fenomeno migratorio a cui il Papa fa esplicito accenno, nonostante siano passati venticinque anni, siamo solo all’inizio, perché il fenomeno si è amplificato, e forse dobbiamo ancora maturare meglio le scelte da compiere e lo stile da assumere. Ci sono forse carismi da riconoscere e servizi da intraprendere; così ha detto Giovanni Paolo II: «Il carisma non è affatto un’arbitraria iniziativa del singolo all’interno della Chiesa. È piuttosto la risposta suscitata dallo Spirito ad un bisogno concreto, una risposta incarnata nelle capacità personali, confortata dall'approvazione della comunità e garantita dall'autorità dell’apostolo».

Il fenomeno migratorio è una sfida non solo politica e culturale, ma anche pastorale, che ha interessato il mondo e la Chiesa di tutti i secoli, anche se non finiamo di essere tentati di vivere la nostra storia ed anche la nostra fede nella logica della paura e della chiusura.
- Una sfida che caratterizza il cammino post conciliare della Chiesa mazarese.
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Ogni migrazione è prova, sia per i singoli o i gruppi che la vivono, sia per il popolo che l’accoglie; la sfida è per chi parte in cerca di fortuna o di pace; ma anche per chi viene visitato, in quanto è costretto ad un confronto e ad una verifica su ciò che vive, su come lo vive, su come affrontare il futuro.
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Accogliere questa sfida significa prendere consapevolezza che noi andiamo verso una nuova civiltà che dovrà essere orientata nell’unica prospettiva vivibile, quella dell’amore, che deve crescere, svilupparsi, maturare. La Chiesa di Mazara del Vallo, forse, deve ancora assumere in toto questa sfida e considerarsi come un vivente laboratorio per tutta la Chiesa italiana.
- Una Chiesa di frontiera, come la nostra, questa sfida non la può perdere.
- La Chiesa è sempre più consapevole che l’accoglienza reciproca è un banco di prova dell’autenticità dell’amore cristiano e che essa è chiamata ad essere presente nelle fratture che crocifiggono l’umanità nella sua carne e nella sua unità.
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Non si tratta di dare l’appalto a qualcuno, fosse anche la caritas o un istituto religioso, ma sensibilizzare e responsabilizzare, dal primo all’ultimo battezzato, che assumere la fede in Cristo come stile di vita significa considerarsi ed essere fratello universale dell’umanità.
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Attraverso le migrazioni, la Chiesa è interpellata a diventare segno della fondamentale unità del genere umano, ma anche luogo dove si educa nel rispetto delle diversità di culture e fedi, in sinergia con tutte le altre agenzie educative.
- D’altra parte, il Concilio lo afferma in modo ufficiale: dentro l’umanità la Chiesa è sacramento.
66) Credo di non sbagliarmi se indico la «Comunità Speranza», guidata dalle suore Francescane missionarie di Maria, come uno di questi «luoghi educativi», uno dei piccoli «segni sacramentali» che invera la vita della nostra Chiesa, che, però, deve ancora crescere e svilupparsi, con la benedizione di Dio e con la collaborazione di tutti. La Casa della Comunità Speranza accoglie ogni anno circa 200 bambini e adolescenti, figli di immigrati e mazaresi, che frequentano il centro.
2015_06_14-COMUNICARE SPERANZA-10-
La sfida è quella di abbattere il rischio di abbandono e ridurre la dispersione scolastica di coloro che hanno difficoltà linguistiche e non si sentono del tutto integrati e dare loro speranza di un futuro di uguaglianza e di pace. Tutti i giovani frequentanti il Centro, arrivano direttamente dalle scuole del territorio con cui l’associazione collabora costantemente ed efficacemente.
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Per rispondere ai loro bisogni educativi i ragazzi vengono accompagnati quotidianamente nello studio, vivono esperienze autentiche di amicizia, legami duraturi nel tempo con operatori e compagni con i quali tessono relazioni positive.
2015_06_14-COMUNICARE SPERANZA-09- Conoscendo e sviluppando le loro abilità e competenze specifiche si sentono protagonisti della loro vita e si allontanano dalla tentazione di abbandonare gli studi per dedicarsi a episodi di devianza. Ma la Casa della Comunità Speranza non si limita a offrire ai giovani studenti soltanto un aiuto scolastico ma dà a loro anche la possibilità di frequentare dei laboratori ludico-ricreativi: ballo, cucito, percussioni, giornalismo, recitazione, canto, pittura, calcetto.

- Ogni anno scolastico trascorso nel Centro di aggregazione giovanile diventa, per chiunque vi abbia partecipato, un’esperienza unica che si conclude con una grande festa dove proprio i ragazzi diventano attori principali delle esperienze fatte con i compagni e con la comunità.
- Una grande kermesse di danze, canti, musica e teatro si incrociano dando rilievo alle abilità dei giovani partecipanti al cospetto delle loro famiglie e della comunità cittadina.
- La crescita nella speranza è data dal fatto che gli animatori e i volontari non sono solo cristiani e mazaresi, ma anche musulmani provenienti dal Maghreb, dal Kosovo, dalla Macedonia e da altre etnie presenti nel territorio; a mano a mano che sono cresciuti, i ragazzi da destinatari sono diventati protagonisti e si assumono la responsabilità di aiutare a crescere i più piccoli. Questi brevi estratti ci fanno comprendere come sia difficile essere cristiani se non siamo autenticamente uomini.

Una Chiesa di frontiera LINK -CHIESA DI FRONTIERA- OP 05_2018 pdf

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