CARLO FRANCIO' Sito personale e comunitario – associazioni e realtà sociali -"Il Leone e il Gallo" – "Amico di Lampedusa"

9Feb/090

La laicità del LAICO CRISTIANO

Il testo “Dibattito sulla laicità” è stato l’argomento della seconda giornata del corso di Esercizi spirituali MLO

 Mascalucia 24-28 Settembre 2008.

Relatore il prof.re Giuseppe Savagnone - Docente di storia e filosofia, direttore del Centro diocesano per la pastorale della cultura di Palermo.

Il relatore ha letteralmente inchiodato la platea degli ascoltatori con una coinvolgente disamina sul ruolo dei Laici fornendo innanzitutto una definizione più articolata del termine "Laico", del suo uso al fuori del contesto principale che era quello del Concilio Vaticano II,  e della perdita  di significato nel cosidetto Laicismo.

Si riporta qualche stralcio di questa notevole relazione, nella quale si approfondisce il sacramento del Battesimo e ciò che ne deriva per il Laico Cristiano.

I laici cristiani 

... sono convinto che uno dei problemi più grossi per la nostra comunità cristiana sicuramente è la scarsa percezione che i laici hanno della loro identità. 

Anni fa è uscito un libro dedicato ai laici “il gigante addormentato”. Sta di fatto che il laicato è la stragrande maggioranza del popolo di Dio se noi mettiamo la Chiesa in termini di popolo di Dio come fa il Concilio allora si capisce la gravità del fatto che i laici non sappiano bene cosa li caratterizza, invece è molto importante questo, è decisivo.

Proprio perché meno caratterizzati da un ruolo preciso dentro la Chiesa, al contrario dei Diaconi, dei Presbiteri e dei Vescovi, noi siamo coloro che vivono pienamente la compenetrazione tra la Chiesa e il Mondo.

Affermerei che lo specifico del laico è proprio quello d'essere, come è stato detto al congresso di Puebla in America Latina tanti anni fa, l’uomo e la donna della Chiesa nel cuore del mondo, l’uomo e la donna del mondo nel cuore della Chiesa.

 

Il laico invece è colui che vive pienamente l’appartenenza della vita quotidiana, a condividere quello che vivono tutti gli altri, in questo senso è l’uomo della Chiesa nel cuore del mondo. Anche i sacerdoti e i religiosi vivono nel mondo ma non sono chiamati a vivere tutte le esperienze del mondo. La loro funzione è molto importante dentro la Chiesa ed è rivolta pure in una certa misura al mondo ma soprattutto passando attraverso il laico. E attraverso il laico che il sacerdote, il vescovo raggiungono il mondo, il loro compito è innanzi tutto di formare il corpo di Cristo che è la Chiesa e quindi anche i laici. Il sacerdote è colui che fa il corpo di Cristo sull’altare quando celebra l’eucaristia, nella comunità cristiana perché presiede alla vita della comunità cristiana, non ha il compito specifico di animare le realtà temporali. Il concilio questo l’ha sottolineato chiaramente. Il religioso deve testimoniare un altro cielo, un’altra terra che sono già in qualche modo sono presenti in germe in questo mondo, ma il suo compito non è specificamente l’impegno verso le attività terrene. Tutta la Chiesa è rivolta al mondo.

Il laico è colui che porta nel cuore della chiesa perché è uno che appartiene alla chiesa; il laico non è come se stesse quasi come una via di mezzo, uno che in fondo non mai pienamente né per il mondo né per la Chiesa. Il laico non è uno che si pone ai margini è da giudizi sulla Chiesa, perché la Chiesa non è l’insieme dei presbiteri, della gerarchia ecclesiastica, il laico non è ai margini della Chiesa, il laico è totalmente Chiesa, è pienamente Chiesa, è il popolo di Dio che forma la Chiesa, è membro a tutti gli effetti del popolo di Dio, il laico è nel cuore della Chiesa, ma è l’uomo e la donna del mondo nel cuore della Chiesa, porta le voci del mondo nella Chiesa, porta le esigenze, le domande, le attese, le speranze del mondo nella Chiesa, quell’essere la Chiesa compagna di strada nel mondo, lo deve innanzi tutto ai laici. Questi mette il laico nella situazione di non essere presbitero come d’altronde reciprocamente il suo non essere neppure pienamente appartenente al mondo perché il laico e nel mondo però non è del mondo, perciò vive il suo non essere e verso la Chiesa che il ruolo istituzionale è proprio dei presbiteri e reciprocamente non appartiene nemmeno totalmente al mondo ma questa sua mancanza, questo suo non essere lo rende capace di effettuare la comunicazione tra la Chiesa e il mondo, proprio perché l’essenza della laicità è nell’ascolto che nasce dal non essere totalmente presi da se stessi e dalla propria identità e dal proprio ruolo, ma dalla capacità di scoprire anche degli spazi al di la.

Il laico è l’uomo dell’ascolto, l’uomo della Chiesa che ascolta il mondo, è l’uomo del mondo che ascolta la Chiesa. Nel cuore del laico avviene, in qualche modo, questo dialogo tra la Chiesa e il Mondo che anticipa il compimento del Regno di Dio in cui Chiesa e mondo saranno una cosa sola, perché nel regno di Dio quello che la Chiesa già ora è nel mistero, nel sacramento dell’unità di tutto il genere umano, la Chiesa è già il mondo, ma lo è nel mistero, nella storia nella concretezza delle situazioni storiche, nel divenire ancora, per cui la Chiesa non è il compimento, ma è nel mistero del cammino, la Chiesa, è un’istituzione che deve dialogare col mondo, nel compimento tutto sarà unito, tutto sarà compiuto.

Su questa terra i laici sono coloro che hanno il compito di anticipare per quanto è possibile il compimento come, attraverso quello che è dato il loro modo di vivere, il dialogo. Il dialogo è l’anticipazione di quella piena unità che si farà dopo, su questa terra è invece la fatica del confronto continuo del confronto non sempre facile che prima di viverlo fuori il laico lo vive dentro di se, tra l’esperienza ecclesiale e l’esperienza di lavoratore, membro di una famiglia, di persone che vivono la vita quotidiana con le fatiche, i momenti di divertimenti, andare allo stadio, è l’uomo che va al cinema, che vede la televisione, è l’uomo che vive la vita d’ogni giorno, lui deve portare tutto questo nel cuore della Chiesa, ma deve portare anche la vita della Chiesa nel cuore del mondo.

Il dialogo, la comunicazione. Il laico è l’uomo della comunicazione per eccellenza, nel laico le due sfere comunicano, il laico vive però la fatica di questo perché non sempre la Chiesa come comunità nel suo insieme e pronta a recepire quello che lui porta delle attese del mondo, delle esigenze che il mondo ha, a volte la chiesa è in ritardo e non parlo solo di gerarchia parlo della chiesa come comunità. Reciprocamente vive la fatica di portare la voce del Vangelo così come matura dentro la Chiesa perché questo è il punto specifico, nella vita del mondo. Se il laico si disfacesse della Chiesa, non avrebbe tanti problemi perché la gente dice Cristo si, la Chiesa no, il Laico è uomo e donna della Chiesa, il laico non può portare Cristo senza la chiesa, deve portare la vita di Cristo così com’è vissuta nella Chiesa nel mondo, questa è la grande fatica. Un mondo che spesso rifiuta, un mondo che spesso si oppone a volte anche con delle ragioni con dei motivi, avvolte la Chiesa da motivo al laicato, al mondo d’essere perplesso, di opporsi, ma il laico è colui che non può dire io mi disfo della Chiesa, deve portare la Chiesa e reciprocamente deve fare di tutto perché il mondo capisca il mistero della Chiesa e nello stesso tempo deve fare di tutto affinché la Chiesa capisca che certi linguaggi del mondo devono essere anche compresi e ascoltati, non si può come a volte accade parlare senza che si sia veramente ascoltato il confronto con il mondo.

Il laico vive tutto questo, con quali forze, non ha il sacramento dell’ordine sacerdotale, non ha la consacrazione episcopale, non ha i voti solenni, non ha l’adesione particolare del religioso.

Il laico che cosa ha?

Il laico ha il battesimo. Il laico ha i munera battesimali.

Noi siamo battezzati, questo è importantissimo molte volte non siamo consapevoli del valore del nostro essere laici perché non siamo consapevoli di quello che il nostro battesimo ha operato dentro di noi. Noi siamo partecipi in forza del battesimo della regalità, della profezia, e del sacerdozio di Cristo.

Questi sono i nostri munera, noi siamo re, profeti e sacerdoti.

Questi sono i nostri doni, doni che abbiamo ricevuto, questi sono anche i nostri compiti. Noi abbiamo avuto dei doni preziosissimi che ci uniscono a nostro Signore e abbiamo anche dei compiti corrispondenti, dobbiamo rispondere a questi doni avvertendo la responsabilità di un compito.

Tutta la specificità del nostro essere laici si gioca su questi doni.

Badate, battezzati sono anche i presbiteri, battezzati sono i religiosi, battezzati sono i vescovi, battezzato è il Papa, anche loro in una certa misura potrebbero dire d’essere laici nel senso che anche loro hanno il battesimo solo che nella loro vita, nella loro esperienza ecclesiale, nella loro esperienza spirituale, il battesimo non costituisce l’ultima specificità che è il ruolo particolarissimo che hanno avuto con la loro particolarissima vocazione.

Per noi laici invece il battesimo è tutto.

Ecco perché per noi i munera battesimale sono più importanti non in assoluto, ma relativamente cioè per un presbitero i munera battesimali sono importantissimi come per il laico cristiano però, sono evidentemente da rileggere nella prospettiva del suo sacerdozio ministeriale. Il Papa può anche avvertire l’importanza del suo battesimo, ma deve innanzi tutto sentirlo in rapporto della sua vocazione di presbitero di vescovo di Roma e come tale il capo spirituale di tutta la cristianità.

La nostra specificità invece è proprio in quella regalità e in quella profezia del nostro battesimo.

Come vivere queste cose…, la cosa importantissima è cosa significano queste cose per noi.

Cominciamo seguendo un ordine inverso a quello in cui i tria munera vengono di solito elencati, dalla regalità.

In cosa consiste la regalità del laico?

Molti laici la fanno consistere nel ruolo di dominio delle cose terrene, il laico è re nella misura in cui domina, è un possibile significato, devo dire che in una certa percentuale del laicato cristiano, regalità significa lotta per il primato, lotta per occupare spazi pubblici, lotta amministrare e controllare e non mi sento di dire che questo sia sbagliato, devo dire che ho qualche riserva su questo modo di intendere, non vorrei sbagliare, ma, vorrei che non è il senso primario della legalità del cristiana e si presta a degli equivoci. Noi dobbiamo avere il potere di quella situazione, il controllo, facciamo le cose come vogliamo noi. Di fatto non si può nascondere che storicamente questa lotta per dominare in nome di Dio abbia prodotto in passato dei guasti molto gravi, e poi diventa molto difficile capire perché si domina in nome di Dio o si domina in nome proprio ma, in ogni caso, se noi andiamo a vedere il Vangelo, non è questo il significato della regalità come il cristo l’ha concepita, era un possibile significato anche ai tempi di Gesù e ci fu una parte della gente di Galilea e della Palestina che quando intravide la personalità di Gesù in tutta la sua grandezza pensò che Gesù potesse essere re in questo senso, nel senso del dominio. C’era addirittura una forte attesa in questo senso, perché molti ebrei aspettavano un re di questo tipo. Il Messia. C’era la fetta degli zelati che aspettavano un re di questo tipo. E tant’è vero che nel vangelo troviamo ampie tracce di questo, uno degli apostoli e denominato Simone lo zalota. E chiaro che gli zeloti all’inizio avvicinarono a Gesù con grande interesse e uno di loro è rimasto a seguirlo. In questo momento in cui Gesù delude le loro attese. Diciamo che il simbolo decisivo del momento in cui Gesù delude gli zeloti è il racconto delle tentazioni terrene.

Cosa va a proporre satana a Gesù, di essere il re che gli zeloti aspettavano. Un re che dà loro il pane, un re che compisse prodigi, un re che dominasse il cielo e la terra ma, è significativo il rifiuto di Gesù. Il fatto che nei vangeli queste proposte sono fatte da satana e che sono già classificate come tentazioni per i cristiani.

Il cristiano deve guardarsi bene dal credere che il suo Signore sia venuto a dare il pane, che il suo Signore sia venuto per compiere atti prodigiosi, che il suo Signore sia venuto per dominare in beni della terra, ma, questo significa anche che il cristiano deve guardarsi bene dal credere che la sua regalità possa essere questa e quando dopo la moltiplicazione dei pani, che sembra invece accontentare la prima tentazione, la prima tentazione era questa e in un certo momento sembra che Gesù ci avrebbe ripensato, dare il pane, moltiplicare questi pani, questo era quello che volevano, un re che li sfamasse che facesse andare bene l’economia. Vogliamo farlo re, corrono tutti per farlo re e Gesù si nasconde sulla montagna.

Quando poi li rincontrò – terzo capitolo di Giovanni – disse: ma voi mi avete seguito perché vi ho dato da mangiare il pane, ma io non sono venuto a portarvi questo, io sono venuto a portarvi il mio corpo, il mio sangue; e quelli lo lasciarono perché volevano il potere.

Solo in un momento Gesù ammette d’essere Re. Quando non ci sono equivoci sul fatto che lui sia venuto a portare il potere, quando è in catene, quando è prigioniero. Pilato gli chiede dunque tu sei re? Tu l’hai detto, io sono re e per questo io sono nato e sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, e chiunque e della verità ascolta la mia voce. Noi capiamo che siamo spiazzati, qua si sta parlando di re è Gesù tira fuori la verità, ma che centra la verità.

Gesù è re in un modo incomprensibile e si capisce in tutto il racconto della passione; avete mai notato che i racconti della passione soprattutto quello di Giovanni ma tutti e quattro sono una parodia della regalità. Gesù viene trattato come un re, ma un re da burla, gli si mette un manto rosso, gli si mette una corona di spine sulla testa, un bastone in mano e si prostrano, mentre lo sputacchiano e lo percuotono: salve re dei Giudei. Poi nel racconto di Giovanni, Pilato lo porta davanti al popolo dove c’è il seggio del giudice, il rappresentante regale, e secondo la traduzione della Cei dice: si sedette. Ma molti esegeti dicono che il verbo è transitivo lo fece sedere. Pilato porta Gesù massacrato davanti al popolo e siccome lo vede stremato lo fa sedere, ma involontariamente lo fa sedere nella posizione paradossale nella posizione del giudice, e poi dice: Ecco il vostro re.

Tutto è come se Gesù fosse consacrato “re” ma al contrario, nella burla e una specie di doppio senso e la riprova di questa e la scritta che hanno messo sulla croce, in quattro lingue perché sia una regalità universale: Gesù nazareno re dei giudei. Gesù non l’ha mai detto, l’anno detto loro torturandolo in quel modo realizzando paradossalmente la regalità di Gesù.

Tutto questo deve significare qualche cosa per il cristiano!

Il luogo naturale della regalità del cristiano non sembrano essere le celebrazioni trionfali, il seggio di Gesù era un trono a cui si è dovuto accasciare perché era sfinito, l’ultimo trono e il vero trono di Gesù è la croce.

Il cristiano non può pretendere di avere una regalità diversa, perciò, dico di essere un po’ scettico di fronte a tanti sforzi fatti nei secoli per fare trionfare la Chiesa. Dico ancora che non sembra essere stato questo il metodo di Gesù, che poi implica il metodo di Dio; Gesù nell’esercitare in questo modo la sua regalità non faceva altro che realizzare l’antica tradizione di Israele per cui il re di Israele era Dio. Gesù mostra di essere Dio e i vangeli dimostrano paradossalmente che Gesù e Dio, proprio mostrando la sua regalità sulla croce.

Si apre un altro prospettiva per il cristiano, ma allora questa regalità in cosa consiste? Paradossalmente non certo nel dominio ma nella testimonianza crocefissa della verità.

La regalità del cristiano consisterà esattamente in quella del suo Signore, nel testimoniare la verità.

Si potrà dire, ma cosa c’è di regale in tutto questo? C’è che il cristiano è venuto a costruire un ordine conforme al piano di Dio.

Questa è la verità! Che il mondo fosse come Dio l’ha pensato. Che il mondo è vero, significa che Dio aveva un progetto, la vita del mondo, il tessuto delle relazioni umane, il modo di lavorare, il modo di donarsi agli altri, il modo di stabilire il rapporto tra uomini e donne, ricostruire le nostre città. Tutto deve essere conforme al disegno di Dio.

Noi cristiani siamo chiamati a realizzare non il nostro dominio ma, il dominio di Dio, come? Attraverso la nostra crocifiggente testimonianza del progetto di Dio, della verità.

Noi dobbiamo in qualche modo testimoniare contro una serie di sfide avvolte devastanti, quale è la verità delle cose.

Il significato vero di quando Dio ha pensato l’uomo, quando ha pensato la comunità, quali dovevano essere i rapporti tra gli uomini, rapporti di servizio. Se io sono veramente un laico cristiano e voglio esercitare la regalità nell’ufficio postale, ad esempio, io mi devo chiedere: “Ma come Dio vorrebbe che si svolgesse il servizio dentro una comunità umana; io che devo svolgere il mio servizio di postino, come a volte succede, dettando la posta nell’immondizia per non recapitare la posta e cercare di riposare. È questo il piano di Dio sui rapporti umani? È questo il mio modo di essere “re”?

Se sono impiegato presso un ufficio, il mio modo di essere re è di chiacchierare con i colleghi, mentre c’è un fascicolo di pratica urgente che aspetta che io gli dessi uno sguardo anziché fare aumentare la colonna di pratiche da smaltire in attesa che giunga qualcuno con una raccomandazione a dirmi di tirare fuori la pratica del tale onorevole o del tizio? Questa non è la regalità del cristiano. Se tutti i cristiani che frequentano la messa domenicale e lavorano in un ufficio, in una scuola, in qualunque ambiente, fossero fedeli alla loro regalità, le cose funzionerebbero diversamente.

Ed un professionista può essere re se chiede una parcella di trecento euro a visita senza guardare in faccia le persone a cui sta chiedendo la parcella salata? È questa la regalità del cristiano laico?

È se in famiglia i genitori sono sempre occupati e indaffarati, devono correre di qua e di la perché hanno troppi impegni, ma ai figli non hanno tempo da dedicare e forse anche meno tempo di dedicarsi l’uno all’altro. Ma siamo sicuri che questa sia la regalità come Dio aveva pensato? Che sia questa la verità?

San Paolo usa una parola nuova nella lettera agli Efesini (4 cap): i cristiani devono vivere veritando, cioè facendo la verità. Io devo fare la verità.

La verità va fatta prima ancora che detta. Io devo farla la verità; devo essere tale che la verità venga testimoniata, per questo sono nato e sono venuto al mondo per testimoniare la verità.

Uno potrebbe dirmi allora questo è quello che dobbiamo forse fuori le mura della chiesa, ecco io sono convito di essere davanti ad un equivoco pauroso, il problema vero da cui nasce questa situazione di laici cristiani che non si sentono re fuori della Chiesa, deriva dal fatto che dentro il tempio il laico cristiano non e re neanche là. Il laico cristiano o è re sia dentro sia fuori o non è re né fuori e né dentro, deve essere re in tutti e due gli ambienti. Poco fa parlavo del dualismo tra sacro e profano che è stato superato dal cristiano, ma non è stato superato dalla nostra pratica cattolica concreta. Se voi guardate oggi nella vita concreta delle nostre comunità cristiane ritrovate il dualismo sacro e profano, ritrovate un laico che fuori dal tempio è quello che abbiamo detto: il postino che getta la posta, i genitori che non hanno tempo per i figli, l’impiegato che non fa il proprio dovere, il professionista che chiede le trecento euro, quando varca la soglia del tempio lascia dietro di se i suoi impegni umani e diventa un vice prete, un sostituto del prete nelle cose che il prete non ha il tempo di fare e la sua massima gratificazione e di diventare catechista, ministro straordinario della comunione ecc. tutte cose sono degnissime, però sottolineo che non sono lo specifico del laico e mi dispiace che invece diventino le cose per cui il laico in parrocchia vale. Perché un laico vale in parrocchia? Perché è il braccio destro del parroco, è un mezzo prete.

Questo è un equivoco terribile, si potrebbe dire ma cosa dovrebbe fare il laico dentro il tempio, il laico dovrebbe fare quello che fa fuori un laico cristiano un re, deve essere il professionista, il primario d’ospedale che fuori della Chiesa ha un prestigio, non deve diventare dentro la chiesa uno che non sa niente, che dice chiedete al parroco, un laico che non ha nessuna autonomia, non ha nessuna capacità decisionale, il suo mondo di professionista serio, rispettato, ammirato, competente scompare, diventa soltanto il fiore all’occhiello nel consiglio pastorale dove si guarderà bene a contraddire il parroco perché là comanda il parroco.

Il professionista deve restare quello che è, la madre di famiglia deve restare quella che è, e devono sentire che sono loro la vita della parrocchia con il loro mondo laico devono portare tutto il loro bagaglio deve entrare dentro. Uno potrà dire: che può fare un medico come medico, può dare la comunione ma come medico, come professore che c’entra?

Come professore che c’entra? Io faccio il professore di scienze e filosofia per esempio, nella mia parrocchia cercano di valorizzarmi, ma ci sono parrocchie dove i professori a scuola nessuno sa che sono cattolici e in parrocchia nessuno sa che sono professori; il risultato è che la carica di cultura, di collegamento col mondo giovanile di impegno anche formativo delle persone stesse della parrocchia che un professore potrebbe avere dentro una comunità cristiana viene poi de-neutralizzato. Il professore fuori finge di non essere cristiano, dentro finge di non essere professore. Il suo compito dentro una parrocchia e quello di addobbare l’altare, quello di portare la comunione ai malati, di fare il catechista ma non è per esempio quello di innalzare il livello culturale della pastorale dentro la parrocchia; non è per esempio di cercare di spiegare certi nodi culturali, storici o di pensiero e teorie che possono aiutare la gente a capire certi problemi del mondo d’oggi. Il medico cosa può fare dentro una parrocchia, dovrebbero essere quelli che gestiscono tutti i problemi, aborto, eutanasia, contraccettivi, attraverso dei corsi di formazione, dando consigli, dando indicazioni, dando criteri, naturalmente tutto questo sotto il coordinamento del parroco. Non dovrebbe esserci il medico che dice: io non ho niente da fare aspetto che il parroco mi assegni da fare il catechista, l’accolito o altro, il laico cristiano dovrebbe essere una risorsa dentro la parrocchia qualunque lavoro faccia dovrebbe essere una risorsa. Dentro la diocesi ci sono dei presbiteri che hanno la funzione di economi, ma non ne capiscono niente, sono dei veri e propri incompetenti. Nel laicato ci sono tante persone che se ne intendono di economia che dovrebbero essere loro incaricati nella gestione economica della parrocchia o della diocesi. Invece abbiamo un laico perennemente minorenne, perennemente non re. Che poi per contraccolpo come quando entra nella chiesa, varcando la soglia del tempio si deve spogliare delle sue competenze laicali, così, quando varca le soglie del tempio per uscirne lascia indietro la vita ecclesiale e ridiventa il professionista avido, l’impiegato neghittoso e così via, perché è così, e una schizofrenia dove la regalità non c’è né fuori né dentro.

Fuori sono re, ma non cristiani, dentro sono cristiani, ma non sono re.

Dico sono, ma fratelli e sorelle forse dovremmo dire siamo, questo è il problema, finché le parrocchie saranno così, il sacro e profano diventano i fattori di contrasto.

 

Secondo munera la profezia.

La profezia dei cristiani non è guardare al futuro, la profezia del cristiano è guardare le cose con gli occhi di Dio e il cristiano laico secondo il Concilio vaticano II è dotato di questa capacità.

Come popolo di Dio e non come membri della gerarchia ecclesiastica anche se il popolo di Dio include la gerarchia ecclesiastica cosicché sarebbe sbagliato dire che loro ce l’hanno senza la gerarchia ecclesiastica, ce l’hanno insieme ai presbiteri ai vescovi e al Papa, ma ce l’hanno anche loro la capacità di leggere la verità con gli occhi di Dio, la capacità di percepire nella prospettiva della rivelazione che Dio ha fatto con gli occhi di Dio il senso della realtà, del mondo della vita, il laico deve essere un profeta, ma deve esserlo in modo laicale. Personalmente non sono entusiasta di quei laici che si presentano dal mondo citando continuamente quello che ha detto il Papa, il Papa giustamente parla da Papa, ma il Papa non è un laico, lo è, come dicevo prima in quanto battezzato, ma, la sua specificità non è di essere laico. Ed è giusto che il Papa se si comportasse non da Papa ma da persona che condivi i dubbi i problemi le ansietà le incertezze degli uomini del nostro tempo. Il laico invece la sua profezia la deve vivere attraverso la condivisione e i problemi dei dubbi delle incertezze dei cammini tormentati e travagliati degli altri uomini e altre donne che vivono nel mondo. Il laico non dovrebbe essere uno che si presenta già con lo schedario delle risposte già compiute. Non è che la nostra profezia consiste nell’avere la risposta a tutte le domande. Spesso è passata questa immagine della Chiesa, che la Chiesa sia l’ente che sa rispondere a tutto, c’è un problema e la chiesa prende posizione e risponde: è così!

Ma la Chiesa non lo sa.

La chiesa spesso non ha risposte perché è troppo presto per darle o forse perché sono risposte così complesse che richiedono una lunga maturazione. Nel Vangelo si parla di alcune cose, ma non si parla di tante altro, prima di essere sicuri che il Vangelo implica certe cose ci vuole un bel po’ di tempo. Allora bisogna essere più parchi nel dare risposte, il problema spessissimo è che questa massa di risposte ha abituato i cristiani a non porsi più le domande. Se dovessi dire qual è il problema più grave del mondo d’oggi, non è che mancano le risposte, mancano le domande, la gente non è più capace di svolgere un cammino di ricerca, perché non è capace di porsi delle chiare domande, si potrebbe dire, ma non ci sono certezze, sì questo è vero ma non perché ci sono domande. La mancanza di certezze nasce non dalle domande, perché una domanda ben posta è già un inizio di risposta. Il mondo d’oggi e un mondo dove vige uno stato di insicurezza, di mancanza di convinzione. Il Papa l’ha detto bene c’è un relativismo diffuso. Il relativismo è un seguire delle piste di cui non si è sicuri, ma senza nessuna voglia di fare una vera ricerca per scoprire effettivamente come stanno le cose. Nel mondo cattolico la mancanza di domande è assillante, è una tragedia, nessuno si vuole porre dei dubbi, nessuno si vuole porre delle domande. Devo dirvi che all’inizio di questo libro che ho scritto su Gesù: Processo a Gesù, io, quasi, quasi sono contento che una serie di persone nega completamente la divinità di Cristo. Dal famoso romanzo di Dan Brown, che non pretende di essere un libro di scienze, però sotto, sotto fa passare delle affermazioni ben precise in mescolanza con dei dati storici, in modo da renderlo più plausibile, per cui è un libro molto insidioso perché da un lato dice di essere un romanzo d’altro mescola una serie di cose. Così procede Dan Brown il suo sistema è assolutamente sleale e scorretto.

C’è anche l’altro libro di Augias che intervista Pesce. Anche in questo c’è un avanzare delle sue opinioni personali.

Tutto questo quasi, quasi è una fortuna non dovete stupirvi se dico così, perché forse ci voleva una sfida aperta, uno choc per costringere i cattolici a porsi qualche domanda, perché abbiamo il grandissimo difetto che diamo tutto per scontato, altro che profezia. Noi abbiamo quella serie di formulette a cui stiamo aggrappati senza manco porci una domanda, un problema. C’è un bel libro di Neusner Jacob, un rabbino ebreo, quello che cita anche il Papa nel suo libro su Gesù, egli è un rabbino ebreo americano che è anche uno studioso oltre ad essere un rabbino. Lui ha scritto questo libro “Conversando con Gesù” in cui immagina di essere al tempo di Gesù e di parlare con lui. Lui dice, io non posso essere cristiano, non accetto il cristianesimo, ma no perché ce l’ho con i cristiani, anzi, io sono grato ai cristiani perché i miei professori nel periodo in cui andavo all’università rispettavano le mie tradizioni di ebreo. Io sono grato ai cristiani, io ho simpatia per i cristiani. Non ho scritto questo libro, perché voglio che cessino di essere cristiani, io vorrei solo che si rendessero conto quanto è strano essere cristiano perché hanno l’aria di credere che sia una cosa normale, ed io invece che ci ho studiato sopra non riesco ad essere cristiano, non sarò mai un cristiano. Perché essere cristiano è una cosa incredibile, credere che Dio si è fatto uomo. Noi ci siamo abituati dice lo scrittore ebreo, accettate tutto questo per abitudine.

Noi abbiamo una fede abitudinaria, una fede per cui partiamo dal fatto che l’incarnazione è un fatto normale. Questo è ai limiti dell’assurdo. Noi dobbiamo essere pieni di interrogativi. È quello che Neusner auspica, dice, vorrei che i cristiani leggendo questo libro si trovassero nell’atteggiamento di chi, mettendo tra parentesi questi duemila anni, in cui è stato così ovvio che Cristo fosse il Figlio di Dio, di chi si trovava lì e che per la prima volta sentiva parlare questo Rabbi. Ma sarebbe stato così ovvio essere cristiani, gente che dice peccato che non sono nato al tempo di Cristo. Al tempo di Cristo era difficilissimo creder in Gesù. A noi è stata risparmiata questa prova di vedere un uomo sudato stanco, che dice io sono Dio.

Non è facile accettare questo.

Noi dovremmo avere una ricerca, meno male che ci sono queste sfide, cerchiamo di metterci nell’atteggiamento di ricerca anche noi, cerchiamo di metterci in cammino, facciamo anche noi delle domande. Ma Gesù questo ha fatto, non a partire dalle ricerche non a partire dalle certezze ma a partire dalle domande; non faceva delle conferenze stampa in cui diceva tutto sta così chiaro e definito. Gesù parlava poco di se, di fatto, si comportava in modo che suscitava delle domande, lui suscitava nell’altro delle domande non delle certezze.

Le domande che Gesù suscitava: “Ma chi è costui che placa il mare e la tempesta” - “ma chi è costui che perdona i peccati al paralitico”, o ancora “quando ha perdonato i peccati alla prostituta, ma Gesù così cammina. Suscitando domande. In un popolo di Dio addormentato come il nostro Gesù si troverebbe a disagio, dobbiamo avere delle domande. La grande professione di fede di Pietro da dove nasce? Dalla domanda di Gesù: “Chi dice la gente che io sia?” “E voi chi dite che io sia?” Dobbiamo essere noi a maturare la risposta. La risposta di Pietro passa attraverso la sua esperienza, attraverso il suo cammino. Una cosa che Pietro recepisce in blocco, come una pillola già confezionata, come avviene a noi credenti oggi; la risposta di Pietro se l’è dovuta costruire lui faticosamente. La risposta di Pietro è dovuta fiorire dalle sue labbra, dalla sua cultura. È lì la rivelazione di Dio nella risposta che tu dai attraverso il tuo cammino. Noi non diciamo è così perché ci siamo impegnati in un cammino, noi non abbiamo nessun cammino cari fratelli e sorelle.

Noi andiamo a messa la domenica, siamo cristiani, ma non abbiamo un cammino cristiano, è una immobilità; se uno ci pone un problema nel 99% dei casi noi non abbiamo mai affrontato quel problema e rimaniamo spiazzati, rimandando tutto al sacerdote, e il sacerdote molte volte risponde ”ma non ti porre tutti questi problemi”.

Quanti si allontanano dalla fede per le risposte evasive che da un sacerdote.

Ma non è così, ci sono dei problemi.

Allora vale la pena che la nostra profezia sia nutrita di domande e di ricerche, sforzo di capire, capire cosa è questo cristianesimo.

 

Terza munera “il sacerdozio dei laici”

Ne troviamo l’eco nella tradizione, per esempio in quanto scrive nel IV secolo, san Giovanni Crisostomo: “Nel battesimo, tu sei fatto re e sacerdote e profeta. Sacerdote quando tu ti sei offerto tu stesso a Dio, hai immolato il tuo corpo e sei stato immolato tu stesso”.

Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo.

Il modo in cui i fedeli laici sono sacerdoti non è un ripiego di una realizzazione imperfetta del sacerdozio ordinato. Proprio per questo non entra in concorrenza con esso, ma gli è complementare. Ogni forma di clericalismo viene qui bandita a priori. Il modo del laico, di offrire il suo culto a Dio, deve essere riconosciuto nella sua specificità e non banalizzato, facendone semplicemente una forma ausiliare del ministero dell’altare.

Ma in che cosa consiste questa specialità? Lo dice chiaramente lo stesso Concilio: «Il sommo ed eterno sacerdote Gesù Cristo, volendo anche attraverso i laici continuare la sua testimonianza e il suo ministero (…) concede anche parte del suo ufficio sacerdotale per esercitare un culto spirituale (…)Tutte infatti le loro opere, e preghiere e le iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie della vita se sono sopportate con pazienza, diventano spirituali sacrifici graditi a Dio per Gesù cristo, i quali nella celebrazione dell’Eucaristia sono piissimamente offerti al Padre insieme all’oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operano, consacrano a Dio il mondo intero (LG 34)»

Ha scritto una laica, Madeleine Delbrêl1: “Vi sono persone che Dio prende e riserva a sé. Ve ne sono altre che lascia nella massa. Sono persone che svolgono un lavoro normale, che hanno una famiglia normale, o che sono delle normali persone non sposate. Sono le persone della vita normale. Le persone che si incontrano in qualsiasi strada”.

Lo stesso concetto di vita contemplativa, strettamente legato a quello di “perfezione” cristiana, deve essere rivisitato in questa prospettiva laica. Ancora una volta è il Concilio Vaticano II che lo precisa: “Se quanti nella Chiesa non tutti camminiamo per la stessa via, tutti però sono chiamati alla santità e hanno ugualmente la bella sorte della fede per la giustizia di Dio (cf 2Pt 1,1). Quantunque alcuni per volontà di Cristo siano costituiti dottori e dispensatori dei misteri e pastori per gli altri, tuttavia vige fra tutti una vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo.

Il sacerdozio del laico non ha come oggetto ciò che è eterno, ma il mutevole, fugace svolgersi delle situazioni e degli eventi di ogni giorno. È questo insieme di cose precarie ed evanescenti – ciò che oggi si ama definire “l’effimero” – che egli è chiamato a raccogliere con amore dentro di sé, per deporle, riscattare dalla verità, nel cuore di Dio, perché esse, che pure celebrano la Sua gloria, vi siano custodite per sempre.2

 

1 Nata nel 1904 a Mussidan (Francia), educata in un ambiente borghese e scristianizzato, a quindici anni Madeleine Delbrêl si dichiara atea e pessimista. "Il mondo è un assurdo, la vita è un non senso”. Verso i venti anni l’incontro con alcuni giovani cristiani “ai quali Dio pareva essere indispensabile come l’aria” la costringono a pensare.

2 G.Savagnone – Dibattito sulla laicità, alla ricerca di una identità. Ed. Ellenici

 

 

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