CARLO FRANCIO' Sito personale e comunitario – associazioni e realtà sociali -"Il Leone e il Gallo" – "Amico di Lampedusa"

Fw: F.A. Luglio 09 – «Il Laico Orionino nella vita sociale – Prof. Antonio Casile»

 PROVINCIA SS. APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Opera San Luigi Orione

 

Prolusione del Direttore provinciale Don Domenico Crucitti

 Il giorno 6 del mese di giugno Dio, “essendo a corto di Angeli” ha chiamato a sé, all’età di 60 anni, il nostro carissimo prof. Antonio Casile. A grato ricordo di quanto ha fatto per la formazione dei Laici Orionini (giovani e adulti) ri-propongo, per questo mese di luglio, prima del riposo dell’estate, un suo intervento di due anni fa alla riunione di tutti i Segretariati della Provincia. C’è sempre bisogno di riflettere sull’impegno del laico nella vita sociale: è il suo campo specifico.

 Il laico orionino nella vita sociale

 di Antonio CASILE 

L’enunciazione del tema secondo il titolo presenta tre “fuochi” espressi rispettivamente dal sostantivo laico”, dall’aggettivo orionino che lo qualifica e dalla locuzione nella vita sociale che ne indica il contesto d’esercizio. Di ciascuno di essi evidenzierò nella prima parte delle coordinate generiche, che specificherò nella seconda in senso esplicitamente orionino. 

I. Coordinate generiche 

1. Il termine laico, qui utilizzato nel senso ecclesiale del christifidelis laicus, richiama anzitutto la condizione di “laicità”, la duplice appartenenza ad un popolo, il “Popolo di Dio, anzitutto, e, unitamente, il proprio popolo, inteso come comunità di destino, del quale pertanto si condividono gioie e speranze, tristezze ed angosce (GS 1) e all’interno del quale si espletano in reciprocità con ogni altro suo membro e con l’insieme dei cittadini i doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale (Costituzione della Repubblica Italiana, art. 2), mentre si esplica attivamente la propria cittadinanza sia civile (esercizio dei diritti), ma soprattutto civica (produzione e propulsione di valori), partecipando, con il proprio lavoro, all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (Costituzione…, art. 3) .

Secondariamente evidenzia la loro “secolarità”, cioè la loro peculiare condizione di “cercare il regno di Dio trattando le cose secolari e orientandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta” (LG 31), concorrendo, con le loro molteplici attività, al progresso materiale e spirituale della società (Costituzione…, art. 4)

In terzo luogo il termine “laico”, nel senso di christifidelis, manifesta la condizione del pellegrino, dello straniero “senza fissa dimora” (cf 1Pt 2, 11) all’interno del suo stesso popolo. Se intendiamo tale condizione in termini non soltanto geografici, ma soprattutto etici, significando una delle radici del termine “etica” (ghoq-ethos) proprio “fissa dimora”, allora il christifidelis laico risulta come uno spaesato, un alternativo nel paesaggio etico del proprio popolo, testimoniando una derivazione altra della sua ispirazione etica e dei suoi comportamenti morali (pur essendo “nel” mondo non è “del” mondo, proprio perché non è “dal” mondo, mentre rimane radicalmente “con” e “per” il mondo: cf Gv 17, 14s).

Infine, in mezzo al suo stesso popolo - è quanto dice della sua laicità (membro del popolo) il suo essere christifidelis -, egli è “in diaspora” (cf 1Pt 1, 1), da una parte come “dis-perso”, separato in qualche modo dai membri della sua comunità di fede in seno al suo stesso popolo, spaesato da esso, mentre in esso si trova contemporaneamente “disseminato” come sale e lievito di rinnovamento evangelico. 

2. L’aggettivo “orionino”, che qualifica il laico, può essere letto, anzitutto, in relazione al “carismadi Don Orione, che egli condivide con tutti i componenti della famiglia orionina (religiosi, religiose, consacrati dell’istituto secolare). Il laico, così, si qualifica come un portatore di una “manifestazione dello Spirito per l’utilità comune” (1Cor 12, 7), come un chiamato e inviato per una missione, che è il rinnovamento del mondo con il fermento evangelico della carità.

Di conseguenza, la qualifica di “orionino” pone il laico in relazione analoga (di somiglianza e differenza insieme) con i religiosi della PODP e con le PSMC: da una parte in comunione di appartenenza alla medesima famiglia carismatica e di partecipazione alla medesima missione di instaurare omnia in Christo, sia “dentro” (cooperando direttamente con i religiosi e i religiosi nella gestione delle opere), sia “fuori” (cf Lettera alle PSMC in attività presso il Piccolo Cottolengo di Genova del 10 aprile 1925); dall’altra, proprio in quanto “fuori”, in posizione di carisma “diffuso” nella società, come sale e lievito (cf Mt 5, 13; 13, 33), rispetto al carisma “insediato” più proprio dei religiosi (città sul monte e candeliere sul moggio: cf Mt 5, 14-15).

Infine “orionino” colloca il laico, proprio in quanto tale, all’interno del MLO, del quale vanno sottolineate, dapprima, la sua natura di “movimento” che ha la finalità di diffondere un “carisma” nella società per rinnovarla fin nelle profondità, e, poi, in funzione di questa, la sua struttura organizzativa. 

3. Il contesto dell’esercizio della laicità “orionina”, espresso dalla locuzione “nella vita sociale” ne mette in evidenza la dimensione “spaziale”, che i Vescovi articolano in “alcune grandi aree dell’esperienza personale e sociale” (Testimoni…, n. 15): l’ambito della vita affettiva (famiglia e relazioni primarie), (n. 15a), l’ambito del lavoro e della festa (che oggi riduttivamente si declina come “tempo libero”: n. 15b), l’ambito politico dell’esercizio della cittadinanza (n. 15e), nell’orizzonte della trasmissione culturale (n. 15d) e in condizione di fragilità creaturale (n.15c) che si riflette sulla nostra costituzione biologica, sulla nostra dimensione affettiva e spirituale e sulle nostre relazioni sociali. In tutti questi ambiti, ad alta valenza antropologica e teologica, i christifideles, in particolare “laici”, devono esercitare la testimonianza evangelica “per far emergere un sentire e un pensare illuminato dalla luce che il Vangelo proietta su ciascun campo dell’umano” (n. 15).

L’espressione del contesto proprio dell’esercizio della laicità – “la vita sociale” - andrebbe integrata con la sua dimensione “temporale” con l’aggiunta dell’avverbio “oggi”. La “vita sociale” di oggi, infatti si presenta con delle peculiarità affatto proprie. I nostri Vescovi, nel documento preparatorio al Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona descrivendo “questo inizio di millennio, carico di sfide e di possibilità” (Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo, n. 1), dai “mutati scenari sociali e culturali…” agitati da “profonde trasformazioni riguardanti la condizione e la realtà stessa dell’uomo” (ivi), delineano un quadro drammatico: “Nel tramonto di un’epoca segnata da forti conflittualità ideologiche, emerge un quadro culturale e antropologico inedito, segnato da forti ambivalenze e da un’esperienza frammentata e dispersa. Nulla appare veramente stabile, solido, definitivo. Privi di radici, rischiamo di smarrire anche il futuro. Il dominante «sentimento di fluidità» è causa di disorientamento, incertezza, stanchezza e talvolta persino di smarrimento e disperazione” (ivi).   

II. Specificazioni orionine 

Dopo aver esplicitato le coordinate che articolano il tema di questa relazione, ci si deve chiedere che cosa di specifico suggerisce l’aggettivo “orionino” relativamente all’esercizio della laicità del christifidelis nella vita sociale di oggi.

Farò riferimento, per fedeltà di documentazione, a un gruppo di cinque lettere, tematicamente coerenti, che Don Orione scrive in due epoche diverse della sua vita e della storia della sua Congregazione. Tre sono rispettivamente del dicembre 1934 (Ai miei cari Benefattori e Amici; Lettere II, pp. 131-136), del 7 settembre 1935 ( Ai carissimi indimenticabili Antichi Alunni; Lettere II, pp. 287-292) e dell’aprile 1936 (Ai religiosi..: Agli amici, ai Benefattori e Benefattrici: Ai cari ex Alunni e Alunni nostri: A tutti i nostri Poveri:…; Lettere II, pp. 335-346), tutte scritte da Buenos Aires e nelle quali è evidente l’attenzione ai laici. Le altre due risalgono al 5 agosto 1920 (da Tortona: Mio caro e dilettissimo Don Pensa, che dirige una scuola a Venezia: Lettere I, pp. 237-252) e al 21 febbraio 1922 (da Victoria, Buenos Aires: Caro Don Camillo e cari miei Chierici, che gestiscono una scuola a Mar de Hespaña; Lettere I, pp. 353-392), nelle quali egli espone nella maniera più compiuta e (quasi) sistematica la sua visione della formazione nei suoi Istituti. La lettera del 1935 fa esplicito riferimento a quanto esposto nelle due lettere degli anni ’20 ricordando agli “Antichi Alunni” “la fiamma della Fede, lo spirito e la vita onesta e religiosa della cristiana educazione ricevuta” (Lettere II, p. 289). La lettura comparata di questi scritti (e, volendo, di molti altri simili, specie del secondo periodo) ci fa comprendere come Don Orione “pensava” la funzione del laico nella Chiesa, nella società e “dentro” e “fuori” la famiglia orionina. 

1. Laici per “seminare e arare Cristo” nella società 

Nella lettera ai suoi “Antichi Alunni”, dopo ricordi e notizie, esprime ad essi una certezza che è insieme un auspicio: “Tutti sentirete con me, certo, vivissimo il desiderio di cooperare, per quanto è da voi, a quel rinnovamento di vita cristiana – all’«Instaurare omnia in Christo» - da cui l’individuo, la famiglia e la società possono attendersi la ristorazione sociale” (Lettere II, p. 291).

Dunque, egli pensa ad un laico che cooperi all’Instaurare omnia in Christo, che egli traduce come “rinnovamento di vita cristiana” da cui dipende la “ristorazione sociale”. Notevole, per il nostro assunto, è l’inciso “per quanto è da voi”. Cosa intende Don Orione? Egli lo fa intendere narrativamente quando, nella medesima lettera, dicendosi commosso per il ricordo vivo che di lui conservano molti “antichi alunni “ora già maturi padri di famiglia e alcuni già nonni” (p. 289), si compiace, quasi meravigliato che in essi “fosse ancora così viva con la fiamma del cuore la fiamma della Fede, lo spirito e la vita onesta e religiosa della cristiana educazione ricevuta” (p. 289). Aggiungendo che, anche in Argentina, lontani dalla patria d’origine, molti di essi “sanno tenere alto e onorato il nome italiano, come si gloriano d’essere stati educati nei nostri istituti” (p. 288). E, conferma, non poteva desiderare di più che “saperli sempre memori, sempre grati, timorati sempre di Dio, vivere in mezzo a questo gran mondo, dove c’è di tutto un po’, vivere morali, nell’adempimento dei loro doveri, dando buon esempio ai loro figlioli” (p. 290). Già nel 1922 – ad affermazione di una continuità di visione - ai suoi religiosi che tenevano una scuola a Mar de Hespaña, dettosi sicuro che Dio “arato ben profondo” nella vita degli alunni, anche quando sembra sepolto, rinascerà (cf Lettere I, p. 383), a conferma elenca: “Abbiamo ex-alunni nostri, che sono giudici modelli, pretori, ingegneri, sacerdoti, medici, avvocati, notai, farmacisti, negozianti, professori, proprietari onesti, laboriosi, cristiani, buoni padri di famiglia, consiglieri e sindaci; ne abbiamo un po’ dappertutto…; tutti hanno Dio che illumina e conforta la loro vita, vivono stimati e contenti, e, chi ha famiglia, trasmette Dio e la Fede cattolica ai suoi figli… Abbiamo dati molti buoni elementi alla società, perché si rinnovi cristianamente e cattolicamente” (ivi). Ecco come Don Orione “pensava” i laici: persone che, ben formate, “cresciute alla Religione, alla Famiglia, alla Patria”, come scrive agli ex-alunni nella Pasqua del 1936 (Lettere II, p. 343), mantenendosi “saldi nei sani principi” e “pieni di buona volontà di battere la via dell’onestà cristiana e della virtù” (Lettere II, p. 291), con l’esercizio della ordinaria e quotidiana laicità in famiglia, nella professione, nell’impegno civile e politico, cooperano a “quel rinnovamento di vita cristiana da cui l’individuo, la famiglia e la società possono attendersi la ristorazione sociale” (ivi).

A tutti i laici che si ispirano alla sua spiritualità e sono animati dal suo carisma Don Orione rivolge ancora e sempre l’invito, che nella Pasqua del 1936 rivolgeva ai suoi ex-alunni: “Abbiate il coraggio del bene e dell’educazione cattolica e italiana ricevuta. Diffondete lo spirito della bontà: perdonate sempre; amate tutti; siate umili, laboriosi, franchi e leali in tutto: - di fede, di virtù, di onestà ha estremo bisogno il mondo. Amiamo la nostra Italia di un amore operoso; amiamola per farla sempre più degna della sua fede e delle sue tradizioni; amiamola come italiani e come cattolici; adoperiamoci a far rifiorire le virtù pubbliche col rendere sempre più pure, cristiane e laboriose le nostre famiglie” (Lettere II, p. 343s). I laici orionini sono chiamati per la loro vocazione cristiana e carismatica – proprio vivente carisma “diffuso” - a “seminare” e ad “arare” Gesù Cristo nella società, così come è stato “seminato” e “arato” nei loro cuori, convinti che “Egli è tal Morto, che sempre, presto o tardi, ma sempre, risuscita” ( Lettere II, p. 289). 

2. Laici formati a “crescere alla Religione, alla Famiglia, alla Patria  

Per “attrezzarli” adeguatamente per questa missione di rinnovamento civile, religioso e morale della società Don Orione voleva che i suoi laici fossero adeguatamente formati. Egli era convinto del valore altamente “politico” dell’educazione e della formazione. Scrivendo nel 1920 a Don Pensa, mentre invitava i propri religiosi a non invischiarsi nei partiti, precisava: “La nostra politica dovrà consistere nel portare a Dio e alla Chiesa la povera gioventù e le anime. Noi siamo italiani e sentiamo di amare di dolce, di forte, di santo amore questa nostra Patria. Preghiamo per essa: lavoriamo a far del bene ai suoi figli, i più piccoli, i più deboli, i più abbandonati. Educhiamo i nostri giovani al rispetto, all’amore e all’obbedienza dell’autorità civile e politica, come a quella religiosa… Per la Patria, noi siamo pronti a dare la vita. Ed effettivamente noi già sacrifichiamo tutta la nostra vita per dare all’Italia dei figli degni ed onorati” (Lettere I, p. 249). Lo stesso pensiero esprime 14 anni dopo quando, inviando da Buenos Aires gli auguri di Buon Natale ai suoi Benefattori, li ringrazia perché lo hanno “aiutato ad educare nel santo timor di Dio e a mettere sulla via della virtù, del lavoro, dell’onore tanti poveri giovanetti, e a farne dei buoni cristiani e buoni cittadini”, che, riconoscenti, “tutti mantengono la Fede, l’onestà, amanti della famiglia e della nostra Italia” (Lettere II, p. 133).

Effettivamente questo era il programma educativo di Don Orione. Egli lo tracciava già chiaro nel 1922 raccomandando ai suoi religiosi di Mar de Hespaña: “Non temete di appassionare troppo i giovani secolari a sentire vivo il desiderio di sapere, di studiare, di darsi alle letture, alle scienze, alle arti. Cercate di dare ad essi il desiderio di formarsi uomini, di progredire, di sentirsi migliorati e sempre più istruiti, di ambire di onorare in sé Dio, che li ha creati, e di cui sono l’immagine: di onorare la famiglia, la città nativa e la Patria, che molto aspetta dai giovani” (Lettere I, p. 366): Un programma in prospettiva longlife, diremmo oggi, fondato com’è sul “desiderio di progredire” sempre. Ma anche e soprattutto un programma in prospettiva widelife, aperto, cioè, all’integralità delle dimensioni personali, espresse nei vari contesti di vita, come raccomanda poco più avanti: “Io non vi raccomando le macchine; vi raccomando le anime dei giovani, la loro formazione morale, cattolica e intellettuale. Curatene lo spirito, coltivate la loro mente, educate il loro cuore” (p. 367). Una dimensione integrale della formazione che ritorna insistente con formule analoghe in tanti scritti di Don Orione direttamente o indirettamente attinenti la missione educativa.

Nella concezione che Don Orione manifesta dell’educazione e della formazione dei laici impressiona soprattutto un aspetto, che sarà centrale nel magistero ecclesiastico più recente relativo ai laici: per usare i termini della Christifideles laici, la formazione “a quell’unità di cui è segnato il loro stesso essere di membri della Chiesa e di cittadini della società umana” (n. 59). A commento scriveva Giovanni Paolo II nella sua Esortazione apostolica: “Nella loro (dei laici) esistenza non possono esserci due vite parallele: da una parte, la vita cosiddetta «spirituale», con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall'altra, la vita cosiddetta «secolare», ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell'impegno politico e della cultura. Il tralcio, radicato nella vite che è Cristo, porta i suoi frutti in ogni settore dell'attività e dell'esistenza. Infatti, tutti i vari campi della vita laicale rientrano nel disegno di Dio, che li vuole come il «luogo storico» del rivelarsi e del realizzarsi della carità di Gesù Cristo a gloria del Padre e a servizio dei fratelli. Ogni attività, ogni situazione, ogni impegno concreto _ come, ad esempio, la competenza e la solidarietà nel lavoro, l'amore e la dedizione nella famiglia e nell'educazione dei figli, il servizio sociale e politico, la proposta della verità nell'ambito della cultura _ sono occasioni provvidenziali per un «continuo esercizio della fede, della speranza e della carità»” (ivi).

Quasi anticipatorio, Don Orione terrà sempre strettamente unite queste due dimensioni dell’esistenza e dell’educazione che, nella sua ispirazione, deve essere sempre unitamente “cristiana-civile” (Lettere II, p. 342). Nella citata lettera del 1922 esorta i suoi religiosi educatori a Mar de Hespaña: “Unite sempre questi due grandi amori: Dio e Patria e infiammate i giovani di essi: farete dei prodigi! Non dividete mai questi due grandi sentimenti; sarà per i giovani una luce che durerà e si stenderà per tutta la vita” (Lettere I, p. 366). Indicazione sempre confermata, come documentano le numerose citazioni già riportate. L’invito che, in sintesi, Don Orione rivolge ai suoi laici è di formarsi e crescere, in unità di vita, “alla Religione, alla Famiglia, alla Patria”, a esercitare i loro ruolo familiari, professionali, civili e politici come professione della loro vocazione, fondando saldamente in Dio questa unità: “Noi abbiamo occupato tutto il loro cuore di Dio, tutta la loro giovane anima di Dio, la loro mente di Dio; noi lo abbiamo Iddio arato profondo nella loro vita” (Lettere I, p. 383).

 3. Laici collaboratori “dentro” e “fuori”  

Come si può facilmente arguire da quanto precede Don Orione “pensa” i laici secondo una dinamica “dentro/fuori” secondo due prospettive. La prima, quella formativa, che si è appena illustrata, è una chiamata di Don Orione ai laici a diffondere “fuori” quei valori formativi, religiosi e civili, che essi hanno assimilato “dentro”, nel contatto più o meno prolungato con le istituzioni orionine. La seconda, apostolica, interpella i laici a unirsi in un vasto movimento laicale orionino, che coopera con i religiosi della PODP e le religiose PSMC all’Instaurare omnia in Christodentro”, affiancando e coadiuvando - come benefattori, amici, volontari, dipendenti, operatori pastorali - i religiosi e le religiose nella gestione delle “istituzioni di carità e di cristiana-civile educazione” (Lettere II, p. 342), di guida e animazione pastorale e coinvolgendo in questa opera anche altri “simpatizzanti” (cf Lettera del 10 aprile 1925 alle Suore del Piccolo Cottolengo genovese in Don Orione e le Piccole Suore Missionarie della Carità, p. 198s) – e “fuori” diffondendo, mediante l’esercizio della carità, “il principio evangelico della beneficenza e della carità universale, quello solo che, diffuso e predicato, può apportare una vera pace nel mondo e, insieme con la pace, tutti i beni” (Lettere I, p. 248).

Questa duplice prospettiva invita a fare una riflessione sul MLO, che nella fase di attesa della sua definitiva costituzione canonica, sembra segnare il passo, assorbendo le energie formative e apostoliche di molti laici più a livello di organizzazione (“dentro”) che di “movimento” nella società (“fuori”). Occorre fin da subito accentuare la dimensione “movimentista” del MLO, che deve trovare nel “fuori” della società - articolata negli ambiti familiare, lavorativo, dell’impegno civile e politico e dell’animazione culturale - la sua espressione nella forma “diffusa” delle pratiche quotidiane e ordinarie dei suoi singoli membri “in diaspora”, per un verso problematicamente “dispersi” ma, insieme, provvidenzialmente “disseminati” nel territorio, come sale e lievito di “rinnovamento cristiano della società”. L’apporto organizzativo più efficace e rispondente a questa dimensione “movimentista” che il MLO può e deve dare – come struttura organizzativa, appunto - è la creazione e la tenuta di una rete formativa e operativa che coordini e sostenga l’azione dei singoli laici nei loro usuali ambienti di vita e di lavoro, affinché, contribuiscano con l’esercizio della loro laicità e secolarità, a “riempire di carità i solchi che dividono gli uomini ripieni di odio e di egoismo” (Lettere I, p. 282) e siano “una profondissima vena di spiritualità mistica che pervada tutti gli strati sociali” (Spirito di Don Orione I, p. 107). Finalizzate a tale azione sul territorio devono essere le azioni organizzative del MLO. Nella Lettera che Don Orione indirizza ai suoi Antichi Alunni in occasione dell’istituzione di nuove sezioni della loro Associazione attribuisce alle loro “adunate” il compito di “stringere e rinvigorire sempre più il vincolo santo che ci unisce, e allargare la sfera del bene” (Lettere II, p. 291), riportandone “conforto al bene” (p. 290). Così l’MLO, come parte attiva della famiglia orionina, potrà essere una “forza di bene” (p. 292), una forza di propulsione e sostegno per “il desiderio [dei singoli laici] di cooperare a quel rinnovamento di vita cristiana da cui l’individuo, la famiglia e la società possono attendersi la ristorazione sociale” (p. 291). La lettera chiude con una esortazione a “fare rete”, dalla quale il MLO dovrebbe trarre ispirazione e capacità di traduzione ai contesti odierni: “Lasciate che finisca esortandovi ad aiutarvi l’un l’altro, e non solo col buon esempio d’una vita veramente cristiana e da italiani degni, ma anche, dove potete, con l’opera e col consiglio, sia a migliorare la vostra condizione sociale come a superare le difficoltà e le prove della vita: - i primi cristiani facevano così” (ivi). 

4. Laici “figli della Divina Provvidenza” operatori della speranza 

L’accenno di Don Orione a “le difficoltà e le prove della vita” ci richiamano la condizione della “vita sociale oggi” che, si diceva all’inizio, contestualizza l’azione dei laici nello scenario drammatico tracciato dai nostri Vescovi nel documento preparatorio di Verona. Esso si fa eco delle analisi dei più accreditati sociologi. Viviamo, scrive il sociologo polacco Zygmunt Bauman, nella “modernità liquida”, nella quale le nostre vite e i nostri amori sono “liquidi”. La nostra, secondo Anthony Giddens, sociologo inglese, è una “età dell’incertezza” e le società in cui viviamo sono descritte dal tedesco Ulrich Beck come “società del rischio”. L’orizzonte dei valori s’è come svuotato, sicché noi siamo piombati, secondo Gilles Lipovetsky, in una ”era del vuoto”.

Niente di nuovo sotto il sole. Il 3 luglio 1936, ricorrenza dell’apertura del primo oratorio di Tortona, auspice Mons. Bandi, Don Orione scrive da Buenos Aires ai suoi “Cari Figliuoli in Gesù Cristo” per impartire direttive ed esortazioni volte a far “sorgere e fiorire l’Oratorio Festivo”, che, replica del primo, “sia aperto a tutti i giovani, per poterli adunare, parlar loro, moralizzarli, renderli degni cittadini italiani e degni cattolici” (Lettere II, p. 371). Nell’addensarsi delle fosche nubi che preludevano al secondo conflitto mondiale, scrive profetico: “…vedo tutto un passato che cade, se già, in parte, non è caduto: le basi del vecchio edificio sociale sono minate: una scossa terribile cambierà, forse presto, la faccia del mondo. Che cosa uscirà da tanta rovina?” (p. 369). Al crudo realismo dell’analisi Don Orione risponde col robusto realismo della fede e della speranza: “Siamo figli della Divina Provvidenza, e non disperiamo, ma, anzi, confidiamo grandemente in Dio! Non siamo di quei catastrofici che credono il mondo finisca domani; la corruzione e il male morale sono grandi, è vero, ma ritengo, e fermamente credo, che l’ultimo a vincere sarà Iddio, e Dio vincerà in una infinita misericordia…Una grande epoca sta per venire! Ciò per la misericordia di Gesù Cristo Signor nostro e per la celeste materna intercessione di Maria santissima…Ma a questa era, a questo grandioso e non più visto trionfo della Chiesa di Cristo, noi, per quanto minimi, dobbiamo portare il contributo di tutta la nostra vita. Per quanto è da noi, noi dobbiamo prepararla, affrettarla, con la orazione incessante, con la penitenza, col sacrificio, e col trasfondere la nostra fede, la nostra anima specialmente nella giovane generazione…Mostriamo quanto la Chiesa è feconda di forza morale, benefica, religiosa, redentrice, sorgente sempre viva di quella carità che Gesù Cristo venne a portare sulla terra” (p. 371s).

 5. Conclusione  

Il Cardinale Dionigi Tettamanzi, in qualità di Presidente del Comitato preparatorio del Convegno di Verona, scriveva nella presentazione del Documento “Testimoni del Risorto, speranza del mondo” che uno dei quattro fondamentali elementi della scelta metodologica della Chiesa italiana relativamente al ruolo dei cristiani nell’attuale realtà storica - accanto a Gesù Risorto, al mondo e alle sue attese - è “l’impegno dei fedeli cristiani, in particolare dei laici, per essere testimoni credibili del Risorto attraverso una vita rinnovata e capace di cambiare la storia”.

 I laici orionini, rispondendo all’appello dei Vescovi e alla vocazione orionina, saranno “pronti sempre a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro” (1Pt 3, 15), preparandosi mediante un “cammino di assimilazione e di santità” (Testimoni…, n. 13) e un “cammino di discernimento” (n. 14), che li renda atti ad esercitare la testimonianza della forza della Risurrezione nelle diverse “aree dell’esperienza personale e sociale”, la famiglia, il lavoro e la festa, l’impegno civile, politico e culturale, per sanare la fragilità che caratterizza questi contesti dell’esistenza con la forza rinnovatrice e ristoratrice della carità e porre, così, per ogni uomo le condizioni credibili della speranza (n. 15). 

 

PROGETTO DI RINNOVAMENTO

FORUM DI AGGIORNAMENTO A DISTANZA”

IV° anno

 Domande per l’approfondimento e il dialogo, anche via e-mail: 

1. Cosa, in questa relazione del prof. Casile, ti colpisce e perché ?

2. Come Don Orione avrebbe voluto i laici suoi seguaci nella vita sociale di oggi?

3. Vuoi scrivere una qualche tua reazione al tema per farla circolare in internet ?

4. Concludi con una preghiera come frutto della lettura e della riflessione.

 

 

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