Betlemme 2010 – «Giuseppe guarda stupito il “suo” Bambino e dice a voce sommessa: è veramente bello, ma da dove è venuto?»

 Mazara del Vallogli Auguri di Don Pino Alcamo Direttore Ufficio catechistico regionale   

Natale 2010 Miei cari, 

«sono dentro una grotta, a Betlemme, accanto a Maria e Giuseppe, contemplo il corpo del bambino Gesù; qui non vi sono cose superflue, tutto è sobrio, povero, essenziale; vi sono i regali dei pastori e ancora sento l’eco del canto degli Angeli, una bella luce si distende davanti a noi, c’è la culla piena.
Nella semplicità di una grotta abitata sento, dentro e fuori di me, che sto vivendo qualcosa di straordinario, sto facendo un incontro unico, sto contemplando il mistero di Dio, il mio sguardo va oltre l’orizzonte. 
Giuseppe guarda stupito il “suo” Bambino e dice a voce sommessa: è veramente bello, ma da dove è venuto? Sembra la considerazione meravigliata di un padre qualsiasi, ma quella domanda rimanda alla fede dell’uomo giusto che continua a chiedersi: è mai possibile? 
Io ne approfitto per porre alla Madre una domanda che fin da piccolo mi ha, a tratti, incuriosito e accompagnato: Maria, dimmi, ma come è avvenuto? 
Lei mi sorride, guarda Giuseppe e dice: tutto quello che serve l’ho detto a Matteo e Luca e loro l’hanno scritto nel Vangelo, lì è la risposta alla tua domanda; ma, se hai un po’ di tempo, a te voglio raccontare qualcos’altro. 
Dopo che ho detto di si a Gabriele e sono rimasta sola con questo meraviglioso ma anche tremendo impegno, ho preso coscienza di essermi imbarcata per un evento molto più grande di me e che non avevo le forze per portarlo da sola; la gioia e la paura, lo stupore e il terrore convivevano e si alternavano. 
 
Non riuscivo a contenere un così grande segreto; cercavo qualcuno con cui parlare e a cui confidare quello che era avvenuto e che cominciava a crescere dentro di me; cercavo un’amica, un confidente, un fratello con cui condividere sia la gioia di questo meraviglioso incontro, sia la preoccupazione di tutto quello che cominciavo a capire che sarebbe avvenuto... 
Pensavo di attendere il tramonto, quando Giuseppe, l’amico amato, avrebbe chiuso la sua bottega e avrebbe avuto più tempo e maggiore serenità per ascoltarmi e capirmi; ma non ci sono riuscita, ero troppo ansiosa, il tempo non passava mai, così ho deciso di raggiungerlo. 
Solo con Lui potevo parlare, perché lo amavo; ma, intuivo che proprio Lui avrebbe avuto più difficoltà a comprendere, proprio perché mi amava. 
Ho trovato Giuseppe solo, indaffarato nel suo lavoro e ho cominciato il mio racconto; man mano che procedevo Giuseppe si insospettiva e mi guardava con occhi dubbiosi, mi faceva mille domande, ritornava sugli stessi argomenti, non credeva alle mie parole, non aveva più forze per lavorare. 
Giuseppe, a ragione, non capiva, non voleva accettare, metteva in dubbio la verità che io gli raccontavo; mi ripeteva, in modo sempre più forte e nervoso: Non è possibile! Non può essere possibile! Queste cose non sono mai avvenute, non possono avvenire! 
Quello è stato un incontro terribile, vedevo vacillare il mio amore, sentivo che il mio progetto con Giuseppe stava naufragando, su di me vi era il sospetto del tradimento. 
Mi chiedevo: Come posso convincere Giuseppe e i miei? Cosa posso fare per avere credito agli occhi di coloro che mi amano e che io amo? 
 

Mi trovavo sola, incompresa, dentro un mistero di verità che veniva confuso con la menzogna e non avevo strumenti per dimostrare che tutto quello che raccontavo era vero. 
Poi, Maria fa una pausa di silenzio e guardandomi negli occhi mi dice: forse, tu puoi capirmi, perché hai vissuto o conosci qualcuno che ha vissuto o sta vivendo una situazione simile; tu puoi comprendere come si soffre quando la bugia, agli occhi degli altri, assurge a verità; peggio ancora, quando la verità viene trattata come bugia. Io taccio e annuisco. Mi passano davanti agli occhi i volti di tanti amici e fratelli, incontrati e conosciuti in questi 28 anni di sacerdozio, che inermi sono stati trafitti dal dardo della calunnia, dell’inganno e della maldicenza.  
Con la memoria rileggo la lettera che mi ha scritto quel giovane carcerato che non riesce a dimostrare la sua innocenza e che pensa di farla finita; riascolto la notturna telefonata di quell’uomo solo, trascurato e abbandonato dalla moglie, che ora gli impedisce di vedere i suoi figli e che cerca nell’alcol un po’ di serenità; risento la voce angosciata di quel prete amico che non trova comprensione nelle sue difficoltà personali e pastorali e ritorna ad interrogarsi sul senso della sua scelta; ripenso alle parole di quella ragazza universitaria che mi racconta il suo amore dato ad un uomo che si rivela falso e che ora non crede più nel valore dell’amore; rivedo lo smarrimento di quell’operaio che viene a conoscenza di essere accusato di furto e che non sa come e da chi difendersi.  
Mentre rifletto su tutto questo e altro ancora, con lo sguardo verso il Bambino, che ascolta e tace, le chiedo: come hai fatto?  
Lei mi risponde: non hai via di scampo, inutile affannarsi a cercare soluzioni umane; devi fidarti, abbandonarti a Dio, devi lasciare che sia Lui a risolvere ogni cosa; Lui può! Lui deve, perché gli appartieni e gli sei caro.  
Se ti abbandoni a Lui tutto quello che avviene attorno a te non ti tange, tu vivi su un altro piano, su un’altra dimensione, dove il dolore umano diventa "croce"; se ti abbandoni a Lui acquisti una rinnovata libertà interiore, il coraggio di dire quello che pensi che sia giusto, senza soggezione.  
Sono tornata, mi dice, nello stesso posto dove ho incontrato Gabriele e nel segreto del mio cuore gli ho detto: di a Colui che ti ha inviato che ho detto "Si!"; ma, digli anche che Lui deve provvedere a tutto, perché io non ho soluzione e non ho le forze per risolvere tutti i problemi che sono nati da questo "Si".  
Poi, me ne sono andata e con il cuore angosciato ho ripreso le responsabilità della vita di sempre, con il mio lavoro e le mie relazioni.  
Dopo qualche giorno, Giuseppe è tornato, - con un sottile sorriso di complicità, Maria alza lo sguardo verso di Lui - mi ha detto: ti credo! È tutto vero! Voglio condividere con te tutto il progetto, perché anch’io voglio contribuire, per la mia parte, al dono di un "Figlio" per l’umanità. Questo "Figlio" sarà nostro, è della stirpe di Davide, il suo sangue è regale, Lui libererà l’uomo dalla schiavitù del peccato.  
E adesso siamo qui, in questa grotta, ad indicare a te e a tutti gli uomini di buona volontà come accogliere la pace e la fraternità, che Lui è venuto a portare. »  

Con questi sentimenti mi rendo presente e vi auguro ogni bene  - Auguri - don Giuseppe Alcamo  

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