Sardegna – “fedeltà alla tradizione che esprime l’identità di un popolo” – “giornata dell’ospitalità”

Allarghiamo agli ‘amici del BLOG il gradito regalo della Prof.ssa Francesca Mele (per moltissimi anni coordinatrice del gruppo SAE di Reggio Calabria)

Carissime/carissimi,
da sarda trapiantata in Calabria, mi piace condividere con voi … il racconto di come è nata (circa tre secoli fa) a Perdasdefogu, paese del sud della Sardegna, la “giornata dell’ospitalità”, che segue l’evoluzione dei tempi perché non si tratta di un’idea geniale di promozione turistica, nella gara mediatica delle “sagre paesane”, ma di quella fedeltà alla tradizione che esprime l’identità di un popolo.
A tutti un abbraccio, Francesca

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5-2013_09_16-MELE-PerdasdefoguAmicizia e condivisione. Il rito antico della “strangìa”

Perdasdefogu, l’ospitalità nel giorno della festa grande di settembre Usanza semplice e civile in un’Italia che si sente minacciata dagli stranieri. (di Giacomo Mameli)

PERDASDEFOGU. Da tre secoli Perdasdefogu riserva una giornata della “festa manna” di 2-Donnortei - orchidea selvaticasettembre ai forestieri, a “Is Istràngius”. L’usanza si rinnova in molte famiglie, quelle più legate alla tradizione. Una giornata storica, “Sa dì e sa strangìa” come trecento anni fa l’aveva battezzata don Giovanni Corona, precursore dell’ospitalità senza guardare il colore della pelle. A metà del 1800 don Giovanni Naitana accoglieva in sagrestia i viandanti senza amici e senza tetto.

Sa Strangìa si celebra l’11 settembre, il giorno prima del clou di una ricorrenza religiosa e laica, esaltata da una processione nella valle degli orti con le statue di Cristo e di san Giovanni Battista preceduti da un tripudio di 4-s274panni colorati cuciti su canne verdi di fiume fatte a croce, canti del rosario in sardo, donne scalze in pellegrinaggio, launeddas, costumi antichi, il canto dei goccius. Nelle case fresche di tinteggiatura vengono accolti quelli che giungono “da fuori”. Cenano e dormono a casa degli amici foghesini, oggi nella “stanza buona”, ieri su una stuoia accanto al focolare. Un gesto di rispetto. Più dell’amicizia. Gli ospiti erano soprattutto pastori che dai paesi del Gennargentu “svernavano” nell’altipiano del Cardiga, dal clima più mite rispetto al gelo sotto Punta La Marmora. Oggi continuano ad arrivare da Villagrande e Arzana, Ulassai e Tertenia, Escalaplano e Gairo. Da tutt’Italia e dall’estero. Perché ogni emigrato porta un suo amico “strangiu”. Una usanza semplice, civile. Certo che non la apprezzeranno i leghisti alla Mario Borghezio che ha definito “faccetta nera” Cécile Kyenge o quel vicesindaco di Diano Marino (Imperia) che le ha dato della “prostituta”. O, solo per stare alle ultime di cronaca, non festeggerebbero i bimbi “Istrangius” quei genitori di Costa Volpino (Bergamo) che pochi giorni hanno 3-Fonni- murale- sulla portaritirato da scuola i figli “perché c’erano troppi alunni stranieri” e si sentivano «minacciati da tante diversità etniche». O quelli che vogliono viaggiare su pullman per «soli bianchi, senza neri».

“Sa Strangìa” si è evoluta in forme diverse. Oltre venti famiglie sono formate da foghesini che hanno sposato donne dell’Est e sudamericane e che vivono «bene, in bidda». È stato organizzato un incontro fra tutte le rappresentanze straniere in Sardegna con tante donne e uomini che hanno raccontato la loro vita di “erranti” all’interno di un convegno ospitato nella chiesa preromanica di San Sebastiano con testimonianze dalla Giamaica, Africa mediterranea, Brasile, Senegal, Filippine, Cina, Ucraina, Bielorussia. E poi cena collettiva, «cena dei Cinque Continenti», l’ha definita Jane Kalakiwa psicologa del Guatemala.

Una festa d6-Sennorii civiltà che ha avuto il suo profeta in don Giovanni Corona, figlio di Giuseppe e Barbara Usala, «ordinato sacerdote a Cagliari il 21 settembre 1715, curato a Foghesu dal febbraio 1719 al dicembre 1721 e poi dal gennaio 1723 all’8 novembre 1741. Morì con i sacramenti», si legge negli archivi diocesani. Erano gli anni a metà del 1700, lunghi decenni di confusione politica in una Sardegna contesa fra spagnoli, austriaci e Casa Savoia.

 

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“Sa strangìa” aveva spezzato un tabù, in un momento in cui l’avversione verso i piemontesi era elevatissima. L’ostilità verso chiunque sbarcasse dal Tirreno era accentuata. Rileggiamo Procurade e moderare? Alle strofe 32-33 si dice: “Fit pro so Piemontesos sa Sardigna una cuccagna”, e più avanti: “Malaitu cuddu logu chi criat tale zenia, maledetto la terra che ha dato i natali a simile genìa”. Storia solo orale. Un piemontese – pare si chiamasse Càndia – verso il 1730 si trova a Perdasdefogu per fare incetta di legni pregiati di olivastro e leccio nelle steppe “Masongili ‘eranu” e “Corràli”, oltre le cascate di Luèsu, olivastri millenari come a Santa Maria Navarrese. Oro per la flotta Savoia. Il legname, sui carri a buoi, arrivava ad Arbatax. Da qui, sui brigantini, prua verso Imperia dove il regno sabaudo aveva i cantieri navali.

2-lo stendardo di OristanoFlash back di trecento anni. Un pomeriggio di un 11 settembre di quegli anni Càndia passeggia da solo a Foghesu, paese ricco di povertà. Don Corona avvicina il piemontese, gli dice che nel paese sono tutti indaffarati, lo invita a cena. L’indomani, durante la messa (un gioiello di tempio in pietra, tetto in canne, raso al suolo negli anni ’70 del 1900 e riedificato in cemento) racconta della serata col forestiero. I fedeli ascoltano, in prima fila i confratelli e le pie donne del Rosario e del Sacro Cuore. Dice, con rima foghesina doc: “Prus unu esti strangiu, prusu depit essi cumpangiu”, più uno è forestiero e più dobbiamo fargli compagnia. E ancora, con visione evangelica: “Seus totus fradis, filgius de una matessi babbu. E chi capitaus nosu in logu algènu? Siamo tutti fratelli, figli di uno stesso padre. E se ci trovassimno noi all’estero? ”. Il piemontese ascolta commosso. Quel giorno il parroco era stato fortunato. Il messale gli proponeva il Vangelo secondo Luca (14,1.7-14), quel brano nel quale Gesù va a casa di uno capi dei farisei e gli dice: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né tuoi fratelli né tuoi parenti né i ricchi vicini perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu 1-Oliena balloabbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, ciechi. E sarai beato perché non hanno da ricambiarti”. Don Corona ai “poveri, storpi, ciechi” aggiunse i forestieri. Nacque “Sa strangìa”.

Non ne avremmo saputo nulla se – a metà degli anni Trenta del 900 – non l’avesse raccontata ai cugini il canonico Priamo Maria Spano (1871-1959). A fine ‘800 l’aveva sentita da don Vittorio Cannas. Parlava di Strangìa anche un altro sacerdote di Perdasdefogu, don Girolamo Sulis. E anche don Sebastiano Lai “consacrato il 14 agosto 1794″. Non si trovano precedenti. Il vescovo di Lanusei Antioco Piseddu conferma: “mancano del tutto i registri dal 1628 al 1689”.La storia si ripete. Domenica scorsa la lettura del Vangelo – nella chiesa sulla valle degli orti – proponeva ancora quell’attualissimo brano di Luca. Lo ha letto don GianMarco Lai. Ripartito il giorno dopo dai poveri del Madagascar dove dirige una comunità salesiana. «I malgasci mi ritengono malgascio, un mio chierichetto si sente foghesino». Sa strangìa esportata tra il Canale di Mozambico e l’Oceano Indiano.

 

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